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Parliamo dell’amministrazione di sostegno, di quelli che possono essere i vantaggi per il beneficiario, ma anche dei problemi che può comportare negli equilibri familiari quando è un estraneo, con l’Avvocato Gianluca Sposato, patrocinante in Cassazione e responsabile per la Regione Lazio dell’Associazione “La Famiglia Onlus”, che ha affrontato e risolto molte problematiche familiari a Roma ed in tutta Italia in oltre 25 anni di attività professionale.

Avvocato Gianluca Sposato, cosa è l’amministratore di sostegno?

L’amministrazione di sostegno è un istituto giuridico introdotto con la Legge 6/2004 con l’intento di tutelare persone che hanno menomazioni fisiche, o psichiche, come gli anziani, i disabili, gli alcolisti ed i tossicodipendenti.

L’istituto è volto a garantire la cura della persona e del patrimonio di soggetti ritenuti dall’ordinamento giuridico più deboli e vulnerabili, che spesso hanno una pensione di invalidità e accompagno e si trovano nell’impossibilità di provvedere a tutelare i propri interessi.

La nomina dell’amministratore di sostegno avviene da parte del giudice tutelare, a seguito della presentazione di un ricorso da parte dell’interessato, di un suo familiare, o affine.

Nella scelta della persona da nominare, il giudice deve preferire, se non sorgono contestazioni, il coniuge, o la persona stabilmente convivente, il padre, la madre, il figlio il fratello, la sorella, o il parente entro il quarto grado.

Di fatto, purtroppo, solo in rari casi avviene così ed è assai frequente, dati i contrasti familiari che spesso portano irresponsabilmente a questa scelta, che la nomina ricada su un professionista, di regola un avvocato, nominato dal giudice tutelare, che dovrà  essere anche retribuito.

Quando deve essere richiesta la nomina di un amministratore di sostegno?

Non vi è una regola per ricorrere all’istituto, se non quella di salvaguardare gli interessi economici e la cura della persona di chi è chiamato a beneficiare dell’istituto, nei casi in cui ricorra urgenza di adottare questa misura. Poniamo il caso di un soggetto affetto da schizofrenia paranoide che non sia in grado  di provvedere alle esigenze quotidiane della propria vita e di gestire autonomamente il proprio patrimonio e di azioni poste in  essere contro  la sua libertà  personale, o il  suo  patrimonio  da parte di  suoi familiari,  o  conviventi,  lesivi  della sua persona e/o delle sue finanza;  o il caso dell’anziano che si  trovi  a vivere da solo  con  la badante e non  sia in  grado  di  prendersi  autonomamente cura della sua persona e del suo patrimonio, esponendosi al rischio anche di  depauperamento  delle sue finanze.

Ricorrere all’amministrazione di sostegno è una scelta meno radicale rispetto alla domanda di inabilitazione o interdizione, essendo volta a garantire i diritti più  elementari  come l’accesso  alle cure mediche,  ad attività  formative, scolastiche e ricreative, con rendicontazione economica al  giudice tutelare che valuterà l’adozione dei  relativi provvedimenti,  assecondando i  desideri  del soggetto interessato dal provvedimento.

Quali sono le problematiche più frequenti legate all’amministrazione di  sostegno?

La principale problematica dell’istituto, quando l’amministratore di sostegno non è  un familiare che si prenda effettivamente cura della persona malata, è legata ai  contrasti  che possono sorgere con il professionista nominato  dal  giudice tutelare che, essendo un  estraneo,  difficilmente avrà la capacità  e la sensibilità  di  cogliere la personalità della persona malata e comprendere a fondo le sue effettive necessità.  Senza tener conto che, ove non ascolti i familiari, o vi sia aperto contrasto con questi, avrà difficoltà ad intraprendere le scelte migliori nell’interesse del proprio  assistito.

Si aggiunga, inoltre, che il patrimonio dell’amministrato, con la nomina di un amministratore, è sottoposto a gestione e controllo del giudice tutelare che autorizza ogni singola spesa, stabilendo gli importi mensili di cui il beneficiario può disporre, limitando di fatto la sua autonomia e quelle che possono essere le sue scelte.

Infine bisogna tener conto che il professionista incaricato non svolge la sua attività a titolo gratuito ed il relativo compenso annuale è a carico del beneficiario stesso.

Gli atti compiuti dal beneficiario dell’amministrazione di sostegno sono validi?

L’art. 409 del codice civile prevede che il beneficiario dell’amministrazione di  sostegno conserva la propria capacità  d’agire per tutti  gli  atti che non  richiedono  la rappresentanza dell’amministratore di  sostegno e, dunque per gli  atti necessari  a soddisfare le proprie esigenze della vita quotidiana.

La persona sottoposta all’amministrazione di sostegno, infatti, non perde del tutto la propria capacità di agire, potendo anche, se capace di intendere e volere, sposarsi, riconoscere i propri figli e fare testamento; mentre per quanto riguarda la possibilità di fare una donazione, tale capacità potrebbe trovare un limite da parte del giudice tutelare, su indicazione dei familiari.

Infatti, proprio per tutelare i suoi interessi, nel decreto di nomina del giudice tutelare saranno i familiari stessi a richiedere ed indicare per quali atti debba essere assistito e rappresentato dall’amministratore di sostegno. Così potrà essere stabilito nel suo esclusivo interesse, per esempio, che non possa compiere atti di compravendita, o negoziazione di titoli finanziari superiori ad un certo importo.

Quando e come è possibile chiedere la revoca dell’amministratore di sostegno?

Non è semplice porre rimedio a chi abbia, a cuor leggero, richiesto l’adozione di tale provvedimento.

L’interessato, o i suoi familiari e affini, possono presentare istanza al giudice tutelare chiedendo la sostituzione dell’amministratore di sostegno in casi di inadempimento  grave da parte di questi, o che venga cessata l’attività di amministrazione di sostegno non  ricorrendo più le condizioni.

Circa i motivi da addurre non è sufficiente indicare ragioni generiche, ma presupposto affinché l’istanza di revoca dell’amministratore di sostegno possa trovare accoglimento da parte del giudice tutelare devono essere ragioni  specifiche come:  la cessazione dello stato di infermità del soggetto tutelato, perché ha seguito un percorso  di  disintossicazione, o è  guarito; un aperto contrasto di  vedute  con il beneficiario, o con un suo familiare che pregiudichi  gli interessi della persona malata e sconvolga equilibri familiari;  una cattiva gestione economica da parte dell’amministratore, in presenza di  gravi  inadempienze e rendicontazione lacunosa, o parziale.

L’istituto cessa, poi, quando viene presentata la misura restrittiva più rigida con la domanda di interdizione, o inabilitazione e viene nominato un tutore.

Per richiedere un parere in relazione ad una vicenda familiare potete chiamare l’Avvocato Gianluca Sposato, patrocinante in Cassazione, al numero 347.8743614